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La lingua | Lucifero Martini

[voce di Gianna Delton]

La lingua

Io e tu parliamo. Tutti parliamo.
Il suono esce dalla bocca,
le parole si formano, sostano sulle labbra,
un attimo, e poi volano attraverso l’aria,
ritornano al cervello.
“Ti son in bolovanje?” “No, e ti”
“Lavoro o sastanak?” “Vado in kino!”
Lingua di ogni giorno, parliamo e parliamo
e non sappiamo più in che lingua.
Ma ci interessa? L’importante è capirci.
“Zdravo, come va?” “Ben, e la supruga?”
E continuiamo per ore,
senza rotolarci nel fango,
in una lingua
che non è più di fiaba.

di Lucifero Martini, da Somiglianze | Sličnosti, Izdarački Centar Rijeka, Rijeka, 1982.

La lingua e la sua meccanica umana, tra comunicazione e significazione. Una lingua che, alla frontiera con l’alto, davanti al suo specchio, si frantuma e si mescola, passando ad essere essa stessa altra. Una lingua che in questo passare non perde identità e spazio, ma li trova, li crea: nasce comprensione. Una lingua senza precisi confini, ormai comune, del di qua e del di là, dell’andare e venire, sempre umano, nel suo dialogo continuo. Finalmente una lingua che, se anche “[…] non è più di fiaba”, è altamente poetica. [Alessandro Mistrorigo]

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Produce arance | Emilio Isgrò

[voce di Saro Minardi]

Produce arance

C’è un paese
lontano due chilometri dal mare.
Produce arance, gelsomini, grano,
lucertole, suicidi per amore.
Paese a fine giugno; quando il sole
si alza più del lecito nel cielo,
crudele alle finestre delle Medie
Giovanni Verga, a picco sulla nera
lavagna.
————-Non puoi dimenticare
i due bovari correre,
scamiciati, per una vacca magra,
sfregiarsi col trincetto.
Paese senza nobili, abitato
da commercianti usciti dalla guerra;
commercianti feroci, legatissimi
alla lira, che un tempo trafficavano
in bovini.

di Emilio Isgrò, dall’antologia Poeti della Sicilia, Edizioni Forum/Quinta generazione, 1981.

Ciò che colpisce di questa poesia di Isgrò, siciliano con alle spalle un lungo vissuto nell’Italia continentale e all’estero, è la soperchieria con cui il luogo d’origine irrompe nella memoria. Nel ricordare il paese in questione – o nel non poterne fare a meno – il poeta prende tuttavia le distanze con un filo di pudicizia e procede con toni piani, distaccati, scegliendo di non nominarlo. Forse proprio per necessario contrasto, perché in questo luogo sembra invece regnare una problematica e accesa sfrontatezza. Un posto dove l’autoctono sole, “crudele”, “s’alza più del lecito”, i bovari corrono “scamiciati”, i commercianti sono “feroci”. Scorrendo infatti pare di avvertire una sorta di affezione irreparabile. Uno strappo che sembra essere destinato a segnare per sempre la condizione psico-esistenziale di chi (ri)compone ma che può, per qualche istante illusorio, incidentale, essere ricucito coi versi. [Roberto Minardi]