Dispatrio come flusso

Qualche giorno fa ho visto al cinema Human Flow (Flusso umano), la pellicola di Ai Weiwei, l’artista cinese di fama mondiale che ha filmato i profughi, i rifugiati, i migranti in tutto il mondo. Questo documento mi ha fatto riflettere sulla mia condizione personale e, davanti alla tragedia spazio-temporale di quel flusso umano sconfinato, mi sono quasi vergognato a pensarmi “dispatriato”. Poi però ho pensato che in quel modo l’artista ha individuato una categoria generale nella quale anch’io posso riconoscermi: il flusso umano comprende tutti, sia coloro che scappano per salvare la vita propria e la propria famiglia da pericoli imminenti come la guerra, la carestia o la persecuzione, sia una persona come me che mi muovo nello spazio e nel tempo, apparentemente senza “spinte” così drammatiche, ma che in fin dei conti lo fa per migliorare la sua condizione di vita.

Del resto, in questo movimento anch’io mi porto dietro i resti delle mie origini impacchettati nella memoria della lingua e della cultura proprie della terra dove sono nato; nel mio cognome e nel mio secondo nome, quello di mio nonno paterno che non ho mai conosciuto. Elementi ai quali resterò sempre fedele nel ricordo. Ecco, allora anch’io mi sono ri-conosciuto in quella condizione, nel definirmi “dispatriato”. Questo è stato un passo importante: ho sentito naturale trovare questo luogo per me, per non sentirmi escluso. Mi chiedo però se il dispatrio non sia già un’esclusione? Io sono un emigrato da sempre. Il mio dispatrio comincia dalla nascita: dalla piccola città natale al paese in cui vivevano i miei genitori, fino alla città capoluogo. Tutto questo in Sardegna. E poi il passaggio di città in città, in Italia e fuori, a Londra, per poi rientrare nell’isola e uscirne ancora. Un dispatrio continuo nella ricerca di un luogo che potesse offrire migliori possibilità.

Non ho mai tenuto un diario di questi spostamenti finché non ho incontrato, casualmente, Nicola Crocetti. Era il 2012 ed ero tornato da Londra a Cagliari da meno di un anno. Per i venticinque anni della rivista “Poesia”, l’editore era stato invitato in città. In quell’occasione, ricordo che invitò tutti i presenti ad applicare il motto latino «Nulla die sine linea» e partire da quel momento ho deciso di scrivere almeno una riga ogni giorno. A mano: prima a penna, poi a matita, comunque sempre a mano, in un rapporto materiale con le parole – e con la vita di ogni giorno, io che con le mani sono il classico imbranato.

Oggi quelle righe formano una sorta di diario, di autobiografia in-diretta che racconta di tutti i miei giorni. Un’autobiografia che scava nel profondo del sé e va alla ricerca di un filo comune con gli altri. È lì che ho sentito che forse siamo tutti dispatriati, anche la persona più stanziale. Tutti siamo quel flusso. Un flusso che non finirà mai, come il mio dispatrio. È una condizione che proseguirà per tutta la mia esistenza, che mi porterò sempre nel cuore come la sensazione di qualcosa che è mancato. Nel ritorno, forse, potrà venir meno questo sentimento, ma per trasformarsi nella consapevolezza di una perdita. Se tornassi mi sentirei così, perché mi manca l’odore di vicinato e il gusto d’impegno per la comunità di origine. E poi sono sardo, isolano, malinconico, soprattutto davanti al mare.

Mi sento ri-chiamato dalla mia terra; sento che c’è ancora un legame; lo coltivo nel recupero della storia e delle tradizioni, ma soprattutto di quella lingua che in famiglia, quando ero bambino, non parlavamo. Oggi che vivo bene da quasi quattro anni a Pavia, la sera non riesco ancora a dire «torno a casa». Sento ancora la possibilità di muovermi altrove, o la necessità, e magari l’occasione di tornare in Sardegna. Sono nato a Carbonia, cittadina costruita nel 1938 da emigrati dispatriati da tutta Italia per lavorare nella miniera di Serbariu – oggi un museo. Scherzando dico che sono nato in miniera. In realtà, ho vissuto i primi cinque anni della mia vita a Cortoghiana, piccola frazione di Carbonia, sorta anch’essa intorno a una sua miniera. Ho diversi ricordi di quei primi anni e tutte le volte che sono tornato nei luoghi della mia prima infanzia è stato emozionante. Eppure mi sono sempre sentito anche come un estraneo. Per questo, forse, sento la necessità di continuare a scavare nella contraddizione tipica del dispatrio: quando sono in Sardegna non me ne vorrei più andare, quando me ne vado non vorrei più tornare.

Riccardo Giuseppe Mereu
Pavia, 19 dicembre 2017

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