Lettera di C.

Cari A. e R.,

È da un po’ di tempo che cerco di articolare i miei pensieri sul dispatrio. Speravo che un periodo di pausa e riflessione mi aiutasse a farlo, ma le pause e la solitudine che volevo sono state poche […] Allora ho deciso di buttare giù alla meno peggio quello che penso, poi voi ne farete ciò che volete. Se trovate nel mio messaggio pensieri senza senso o capo né coda lasciateli lì, non si offenderanno!

I miei pensieri, tra l’altro, non sono né una proposta, né idee precise sul dispatrio, ma cose che forse voi troverete ovvie, eppure per me complicate perché ci convivo dalla mia infanzia. Dico complicate perché, come voi stessi diceste alla prima avventura di dopotutto [d|t] a Londra cinque anni fa, il dispatrio si vive ‘dentro‘, ma se si vive dentro dall’infanzia, quando è difficile riuscire ad articolare quel senso di essere ‘fuori‘, le difficoltà sono tante e ci vuole una vita intera per riflettere su quelle stesse difficoltà.

Non mi riferisco alle situazioni tipiche dell’infanzia quando ci si sente esclusi: i bambini, si sa, sanno essere cattivi e l’esclusione è un fenomeno normale dell’interazione sociale fra loro. Mi riferisco, invece, a un sentirsi ‘fuori’ proprio per cultura, dove per ‘cultura’ intendo un insieme di abitudini e usanze che si assumono a casa, tra le mura domestiche, al di là della cultura che ci distingue gli uni dagli altri per l’origine del nostro paese natale e dove siamo cresciuti.

Usanze e abitudini che sono diversi da quelle solite del proprio mondo per via della storia personale della propria famiglia che ci rende diversi –una diversità che spicca particolarmente se si cresce in un mondo di provincia quale è Genova che, per quanto bella e mia, rimane una città perbenista in certi ambienti. Questa è la mia esperienza: un’infanzia durante la quale le regole, le abitudini, le usanze vengono riscritte per necessità e ci si sente sempre, sempre ‘fuori’ appena si mette il naso fuori dall’uscio.

Non è un caso che le uniche persone con cui legai sui banchi di scuola fossero loro stessi ‘fuori’, vuoi perché immigrati dal sud, di nazionalità mista o perché con una storia famigliare devastata dalla malattia che riscrive, anche lì, le abitudini di tutti i giorni, i costumi, i modi di mangiare, di vivere.

Insomma, perché vi sto dicendo tutto questo? Perché mi incuriosisce questo dispatrio: è vero che, come dite, è una parola che si presta a più interpretazioni, ma l’idea di paese d’origine, di cultura (in qualunque modo si voglia definire) è implicita nel dispatrio. E allora cosa succede quando il tuo paese d’origine rifiuta la tua cultura, ovvero quelle abitudini diverse con cui si è cresciuti e che dalla nascita ci ha reso differenti? Che esperienza si vive quando si cambia paese essendo stati ‘fuori’ da sempre, sin dalla nascita?

Anni fa lessi del senso di libertà che provava Jean Paul Sartre per il fatto di non avere mai conosciuto suo padre che morì quando aveva appena cinque mesi –io ne avevo otto quando morì il mio. Forse potete capire l’affinità che, alla fine dei miei vent’anni, provai per il filosofo francese: sapevo esattamente cosa intendesse dire quando sosteneva che la mancanza di modelli paterni da seguire –soprattutto per un uomo, ma anche per una donna– gli desse la libertà di pensiero, di cultura, di scelta, di desiderio, slancio e spirito. E questo perché un padre è una figura di autorità dalla quale si eredita il senso di qualsiasi cosa, la moralità, il modo di vivere, persino uno stile di vita che fanno parte della nostra cultura, quella cultura però in cui non potevo, non riuscivo a riconoscermi.

Per me quella lettura significò un vero e proprio riscatto di tutti quegli anni della mia infanzia e della mia adolescenza in cui mi sentivo sempre ‘fuori’ per via di quelle abitudini, usanze e, vorrei dire, anche di quella cultura che erano sempre state diverse da quelle a cui ogni altro bambino era esposto. Una differenza che, come ho detto, era stata per necessità: la morte di mio padre, ma anche per le scelte di mia madre.

Allora mi sono chiesta ultimamente cosa succede al dispatrio quando chi lo vive è sempre stato ‘fuori’, anche nel proprio paese. Ci si sente a proprio agio, una volta andati via dal proprio paese? Ci si sente legittimati ad esserlo a tutti gli effetti, ad essere ‘dispatriati’, perché si proviene da un altro paese e quindi si è stranieri? Oppure ci si sente vittima di un’ingiustizia, o meglio, ci si sente in trappola perché finalmente legati a quella cultura del proprio paese di origine che ci aveva sempre esclusi?

Ecco lì, proprio lì percepisco una mia ambivalenza nei confronti di questo dispatrio che sottintende una figura autoritaria paterna che impartisce cultura al bambino e che quindi limita la sua libertà individuale proprio come diceva Sartre e nella quale io non mi sono mai identificata. Eppure mi interessa questo sentirsi ‘dentro’ e sentirsi ‘fuori’: mi sento coinvolta in prima persona perché è proprio questa cultura che alla fine mi ha incastrato, mi ha legato a lei, esattamente nel momento in cui me ne sono allontanata.

C.

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