dopotutto [com’era…]

Mi accorgo che il punto di vista continua a oscillare.
Luigi Meneghello

L’esigenza di parlare della particolare condizione di quelli che, come noi, vivono in qualche modo ‘fuori’, ci ha portato ad usare la parola dispatrio. Questo termine sembra particolarmente adatto ad indicare l’esperienza in qualche modo estraniante di chi emigra anche se non la definisce del tutto. Proprio perché non identifica una condizione specifica, il termine dispatrio abbraccia diverse interpretazioni, rappresentando così una potenziale base comune per le molteplici esperienze dei tanti che hanno lasciato il loro paese.

Anzi, non solo per quelli che l’hanno lasciato: crediamo, infatti, che il dispatrio si viva anche dentro. Sembra una condizione che resta con noi a prescindere dall’origine e dalla meta del nostro viaggio; indipendente dal luogo delle origini, dalla nostra stessa patria. Un sentire che rimane anche quando siamo ‘a casa’. La strana sensazione di non sentirsi mai davvero là dove si è. Come una specie di dislocamento interno, o magari interiore, di chi spesso non si riconosce in ciò che vede e sente al di fuori di sé, nonostante si muova in un luogo familiare.

Si tratta, forse, di un sentimento che nasce dalla sovrapposizione di nostalgia e nausea; certamente da quella continua oscillazione del punto di vista con cui abbiamo imparato a convivere e che, in qualche caso, si ha anche l’esigenza di raccontare. Il bisogno di recuperare il senso di condivisione legato alla propria lingua e cultura di provenienza è un’esigenza concreta soprattutto per chi vive in questa condizione particolare e poi tenta di trasmetterla attraverso il linguaggio poetico. Noi stiamo cercando questa concretezza – d’immagine come di una certa immediatezza e accessibilità del linguaggio – proprio nella poesia.

Un linguaggio che «sia il più possibile concreto e il più possibile preciso», come si augurava Italo Calvino più di quaranta anni fa. Una scrittura che eviti espressioni astratte e generiche. Una lingua che senta «la soddisfazione di stringere la realtà in modo che non scappi» e ristabilisca con le cose una relazione accessibile e umana. Un’espressione che venga dal basso, forse, dalla quotidianità e che sia libera, ripulita da condizionamenti preordinati e da forme espressive stilizzate.

L’idea che muove questa nostra ricerca è che ci si racconti finalmente questa nostra condizione, il punto di vista che continua ad oscillare; che ci si riappropri di uno spazio comune dove autori che rappresentano in qualche modo il proprio dispatrio possano trovarsi e riconoscersi; e che, magari, si possa anche dare inizio a una produzione letteraria in italiano che restituisca una qualche voce alla migrazione di coloro che vivono e scrivono a partire da questa condizione socio-culturale.

L’intenzione è anche quella di recuperare energie sparse per l’Europa e non solo, condensare spirito poetico e visione umana di chi si trova nel dispatrio indipendentemente dal luogo dove vive per portare questa prospettiva tra il «fuori» e il «dentro» anche a un orizzonte generazionale. Fuori, ma sempre un po’ anche dentro; e dentro, ma sempre un po’ anche fuori. La condizione che viviamo è quella dell’essere tra spazi e tempi diversi. Ecco l’esigenza di un riavvicinamento, la necessità dell’incontro.

Alessandro Mistrorigo e Roberto Minardi

[d|t]

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